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giovedì 21 maggio 2026

Affitto, da oggi puoi ottenere il 33% di sconto con il nuovo Piano Casa: ecco chi ne ha diritto e i requisiti

Il nuovo Piano Casa introduce alloggi a canone concordato scontati del 33% per famiglie e lavoratori. Tra investimenti, benefit aziendali e rigidi controlli fiscali, la riforma punta a garantire affitti sostenibili per chi supera le soglie ISEE comunali
La ricerca di un’abitazione a un prezzo sostenibile è una delle sfide più complesse per chi vive in Italia. Spesso, soprattutto i più giovani, sebbene muniti di un impiego stabile e di un reddito dignitoso, devono fare i conti con un mercato immobiliare dai costi proibitivi, trovandosi nell'impossibilità di sostenere un affitto che assorbe oltre la metà dei loro guadagni. Il nuovo Piano Casa varato dal Governo si rivolge proprio a questa fascia di popolazione, spesso definita zona grigia. L’intervento normativo è finalizzato a ristabilire un equilibrio tra redditi e costi abitativi, introducendo agevolazioni per l’edilizia convenzionata e sconti significativi sui prezzi di mercato, per garantire il diritto all’abitare a migliaia di famiglie. L’obiettivo della nuova normativa è il superamento della rigidità che ha caratterizzato, per decenni, le graduatorie pubbliche. Per troppo tempo, superare di pochi euro la soglia di povertà ha comportato l'esclusione totale da ogni forma di sostegno abitativo. La riforma inverte questa tendenza, garantendo l’accesso ai nuovi alloggi a chi possiede un ISEE superiore ai limiti previsti per l’edilizia residenziale pubblica, generalmente fissati sopra i 20.000 o 22.000 euro annui. Si tratta di una platea vasta che comprende cittadini italiani, europei e lavoratori extra-UE regolarmente soggiornanti. Il legislatore ha voluto premiare chi partecipa attivamente al sistema economico nazionale, garantendo che lo sforzo lavorativo si traduca effettivamente in una stabilità domestica dignitosa. A determinare il diritto all'accesso non è, però, soltanto il valore ISEE. La legge presuppone un’insostenibilità oggettiva. Pertanto, si considera avente diritto chiunque si trovi a dover sostenere costi per l'abitare, siano essi canoni di locazione o rate del mutuo ai tetti di mercato, che superino il 30% del reddito medio disponibile del nucleo. Consideriamo una coppia di lavoratori che percepisce complessivamente 2.100 euro netti al mese. Se il canone di locazione medio per un trilocale nella loro zona di residenza è di 750 euro, l'incidenza dell'affitto sul loro reddito è pari a circa il 35,7%. Poiché questa percentuale supera il limite massimo del 30% stabilito dalla norma come soglia di sostenibilità, la coppia ha legalmente diritto ad accedere agli alloggi a canone calmierato previsti dal Piano Casa. Il motore che rende possibile l'abbassamento dei costi è l'accordo tra il settore pubblico e i soggetti privati. Attraverso l'istituto dell'edilizia convenzionata, i costruttori o i proprietari che realizzano interventi di recupero e costruzione accettano di sottoporre i propri immobili a vincoli di prezzo in cambio di semplificazioni amministrative e vantaggi operativi. La regola stabilita dal Piano Casa è quella del taglio netto, per cui il prezzo di vendita o il canone di locazione deve essere obbligatoriamente inferiore di almeno il 33% rispetto ai valori medi rilevati nella zona di riferimento. Per evitare che questo sconto rimanga una mera teoria, la legge impone l'utilizzo di parametri oggettivi e terzi. Il riferimento principale è l'Osservatorio del Mercato Immobiliare (OMI), gestito dall'Agenzia delle Entrate, che fotografa i prezzi reali delle transazioni in ogni via o quartiere. Se, ad esempio, in un quartiere il valore di mercato registrato dall'OMI per un appartamento è di 1.200 euro, chi partecipa al Piano Casa non potrà richiedere una somma superiore a circa 800 euro. Per gestire una mole di investimenti così imponente, che supera il miliardo di euro, è stata prevista la figura di un commissario straordinario. Questo tecnico di alto profilo ha il compito di bypassare le lentezze burocratiche locali e assicurare che la gran parte delle risorse, almeno il 70%, venga effettivamente destinata alla creazione di case accessibili, monitorando ogni fase del processo costruttivo e di assegnazione. Un aspetto innovativo del provvedimento riguarda la gestione della mobilità professionale e studentesca. Spesso le aziende hanno carenze di personale poiché i candidati rifiutano il trasferimento a causa degli affitti proibitivi. Il Piano Casa introduce la possibilità per le imprese di riservare alloggi per i propri dipendenti, facendosi carico dei relativi costi. Questo sistema trasforma l'abitazione in una sorta di benefit aziendale garantito dalla legge, permettendo al lavoratore di trasferirsi senza l'incubo della ricerca immobiliare. Parallelamente, la norma favorisce una gestione dinamica e intelligente del territorio attraverso la flessibilità d'uso. Gli stessi spazi possono cambiare funzione seguendo le esigenze stagionali della comunità. Durante i mesi delle lezioni universitarie, gli immobili possono accogliere gli studenti fuori sede, mentre nei periodi di sospensione didattica o di picco produttivo possono essere destinati ai lavoratori stagionali. Questa alternanza ottimizza l'uso delle strutture ed evita che grandi complessi rimangano vuoti per parte dell'anno, sempre nel rispetto dei canoni agevolati previsti dalla convenzione originaria. Per impedire che le agevolazioni finiscano nelle mani di chi non ne ha bisogno o che si verifichino fenomeni di speculazione – come il subaffitto in nero – il legislatore ha approntato un rigido sistema di controllo. Il primo controllo è affidato ai Comuni. Gli uffici municipali hanno il compito di monitorare costantemente la destinazione delle unità abitative e di verificare che gli inquilini mantengano, nel tempo, i requisiti di reddito e di cittadinanza dichiarati al momento dell'assegnazione. In seconda battuta interviene l'Agenzia delle Entrate. Ogni transazione finanziaria legata al Piano, ogni mutuo fondiario e ogni contratto di affitto devono essere comunicati al Fisco. Questo incrocio costante di dati permette di individuare chi tenta di vendere a prezzi superiori a quelli stabiliti o chi presenta certificazioni ISEE non veritiere. Avv. Marco De Gregorio, Brocardi.it

martedì 27 ottobre 2020

Case stampate in 3D, ecco la tecnologia che promette una rivoluzione anche in Italia


PERI 3D-Betondruck_Rendering Wohnhaus_Quelle MENSE-KORTE ingenieure+architekten
PERI 3D-Betondruck_Rendering Wohnhaus_Quelle MENSE-KORTE ingenieure+architekten

Il 3D Printing è pronto a rivoluzionare il mondo dell’edilizia residenziale. In questi ultimi giorni si è parlato della prima casa stampata in 3D in Germania, a Beckum, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, grazie al cemento frutto della ricerca italiana di Italcementi. Una vera e propria pietra miliare per il mondo delle costruzioni. Ma in Italia è possibile realizzare un progetto del genere? Per trovare una risposta a questa domanda, idealista/news ha interpellato Massimo Borsa, responsabile dei laboratori di innovazione di Italcementi, il quale ha illustrato le potenzialità di questa tecnologia e ha spiegato qual è la strada da percorrere.

Prima di dare la parola al responsabile dei laboratori di innovazione di Italcementi, vediamo meglio cosa sta accadendo in Germania. A Beckum, nella Renania Settentrionale-Vestfalia, è in fase di realizzazione la prima casa stampata in 3D grazie alla ricerca italiana di Italcementi.

L’edificio in questione è una casa indipendente su due piani con una superficie abitabile di circa 80 m2 per piano e composta da pareti a tre strati riempite di mescola isolante. Come indicato da una nota, “il materiale ad alta tecnologia ‘i.tech 3D’ è stato sviluppato nel centro ricerca di Italcementi a Bergamo, specificamente per la stampa 3D, ed è adatto per un uso versatile con diversi tipi di stampanti”. La stampa della casa di Beckum è stata affidata a PERI, uno dei produttori principali di casseforme e di sistemi per impalcature nel settore delle costruzioni. Ma ecco cosa ha spiegato a idealista/news Massimo Borsa, responsabile dei laboratori di innovazione di Italcementi.

Che cos’è il 3D Printing?

“Il 3D Printing è una tecnologia che si prefigge di realizzare oggetti, manufatti, strutture – a prescindere quindi dal materiale utilizzato – attraverso una tecnologia che permette di andare a posizionare il materiale esattamente dove è stato stabilito dal progetto, senza ulteriori aggiunte. Il 3D Printing è parte delle tecnologie che vanno sotto il nome di ‘additive manufacturing’, il che significa che per ottenere la forma finale il materiale viene depositato a strati successivi, l’uno sopra l’altro. Con la ‘additive manufacturing’ e con il 3D Printing è possibile disegnare l’oggetto e realizzarlo direttamente in loco, così come lo si vuole”.

Quando si è cominciato a parlare di 3D Printing?

“Il 3D Printing è una tecnologia presente nel mondo da almeno una cinquantina di anni, ma in settori diversi da quello dell’edilizia e delle costruzioni in generale. C’è una grande storia relativa all’uso di macchine di stampa 3D all’interno di settori metalmeccanici e soprattutto di tipo polimerico e biomedico. Negli ultimi 10-15 anni il 3D Printing si è affacciato anche al mondo delle costruzioni, in particolare a quello cementizio. Italcementi ha iniziato a guardare maggiormente a questa tecnologia come prospettiva effettivamente utile da studiare dal 2015. Abbiamo quindi creato un team dedicato allo studio di questa tecnologia e del materiale cementizio adatto da sviluppare per poter essere al meglio utilizzato da tutte le diverse tecnologie di 3D Printing”.

In Germania è stata costruita la prima casa stampata in 3D grazie alla ricerca di Italcementi proprio su questa tecnologia. Si tratta di un punto di svolta?

“Sì, perché con la casa che stiamo realizzando in Germania con la tecnologia di stampa 3D in calcestruzzo di fatto si è data evidenza della possibilità concreta di costruire un edificio da adibire ad abitazione, con tutti i permessi necessari. Si tratta solo del primo caso, ne faremo altri. Si può dunque affermare che siamo a un punto di svolta. Il prossimo passo è creare educazione, formare e trasferire la conoscenza al mondo delle costruzioni e alle imprese informando sulle certezze, e fornendo la tranquillità e le esperienze necessarie per poter far sì che tutti comincino a verificare l’opportunità di fare le case anche con questa tecnologia”.

In Italia è possibile realizzare una casa in 3D?

“In Italia, come in quasi tutte le parti del mondo, è possibile realizzare una casa con questa tecnologia. Quando all’interno del nostro settore si introduce una nuova tecnologia, è necessario andare per passi e processi di approvazione, di formazione ed educazione di tutte le figure del mercato, dal progettista all’utilizzatore finale, passando per chi ha compiti di tipo approvativo e di certificazione. Non ci sono preclusioni per poterla utilizzare già oggi. Tanto è vero che nel 2018 per Italcementi è stato possibile fare un’esperienza a Milano. In occasione della Milano Design Week 2018, abbiamo realizzato il progetto ‘3D Housing 05’ dell’arch. Massimiliano Locatelli a piazza Cesare Beccaria. Una casa reale, ma costruita solo per motivi espositivi. Di fatto, però, per poterla realizzare abbiamo messo in atto tutte le procedure necessarie con il Comune e gli attori coinvolti. Quello che serve in Italia è una spinta all’imprenditoria e anche qualche persona lungimirante, come abbiamo sempre avuto, che ci creda e abbia la visione nelle tecnologie innovative, e cominci a sperimentare nuove forme di business anche nel nostro Paese”.

Quali sono ad oggi i passi da seguire per poter realizzare una casa in 3D?

“Per una casa realizzata in 3D è importante seguire la filiera dei permessi, così come avviene per la realizzazione di una casa in maniera tradizionale. Ovviamente, nel caso delle abitazioni in 3D, la non conoscenza di cosa significhi progettare e stampare in 3D una casa porta a una giusta e corretta richiesta di approfondire gli aspetti tecnici e di garanzia di quello che sarà poi il progetto finale. Proprio come è accaduto in Germania. Anche in Italia spesso si lavora con le università le quali, in qualità di enti terzi e garanti, permettono di fare le azioni del caso necessarie a verificare la possibilità di trasferire sul mercato reale gli sforzi che le aziende hanno fatto, confermando il rispetto dei canoni normativi vigenti. Questi processi, necessari per i progetti pioneristici, faranno da caso studio di riferimento per quelli successivi.

Già da un po’ di tempo Italcementi sta lavorando con alcuni partner universitari, in particolare con l’Università di Napoli e con la start-up innovativa che si chiama Etesias, a quelli che sono gli aspetti molto sfidanti relativi alla realizzazione di strutture ed infrastrutture in calcestruzzo con questa tecnologia, oltre che all’aggiornamento delle normative di settore che devono introdurre nei loro codici anche la tecnologia di stampa 3D. Si tratta di un processo di medio periodo, fatto un passo alla volta, ma che permette già oggi di cominciare a formare le nuove leve – i nuovi ingegneri e i nuovi architetti – che possono trovare in diverse parti del mondo formazioni e informazioni utili per prepararsi anche su queste tecnologie innovative”.

C’è interesse in Italia verso questo tipo di costruzioni?

“In questi anni, in Italia, abbiamo avuto persone e imprese interessate a capire se è possibile utilizzare questa tecnologia per realizzare le case. Questo tipo di richieste adesso si è intensificato. Ma l’interesse non è legato solo al fattore novità, è legato soprattutto ai valori e alle prospettive che questa tecnologia e i materiali ad essa associati possono offrire: avere qualcosa di più rapido e di adattato alle esigenze o agli interessi della persona. Si può infatti provare ad adattare quello che il cliente desidera come progetto finale alle prescrizioni legate agli aspetti tecnici che bisogna sempre rispettare. C’è più flessibilità sia sul materiale che sulla realizzazione finita”.

Quali sono i vantaggi delle case stampate in 3D?

“La rapidità, ma soprattutto la flessibilità, che è uno dei valori principali di questa tecnologia e di questo prodotto. Un altro valore fondamentale è rappresentato dalla sostenibilità, grazie all’uso consapevole dei materiali utilizzati, nel rispetto delle normative, ma senza usarne in eccesso. E’ possibile arrivare ad avere fino al 50% in meno di materiale totale per realizzare una casa e stiamo verificando con le università e gli enti di ricerca e programmi internazionali che, a casa finita, si riescono ad avere risparmi di CO2 attorno al 50%”.

Ci sono degli svantaggi?

“Il primo svantaggio è dato dal fatto che bisogna colmare l’attuale 'gap' educativo, dall’ingegnere fino alla maestranza più importante, che è quella che permette di fare materialmente l’opera. Legato a questo ci sono gli step di approfondimento per gli iter approvativi, che necessitano di una maggiore attenzione iniziale, e il tema legato agli investimenti iniziali che alcune imprese, che già hanno il loro metodo tradizionale, devono pensare di fare per riconvertirsi e adoperare anche questa tecnologia. La valutazione degli investimenti è meno impegnativa per le nuove società, o le piccole start-up molto innovative, che partono da zero. Un ulteriore svantaggio è che oggi questa tecnologia non è pronta per fare tutto. Chiaramente non abbiamo evidenze e non sappiamo se riuscirà ad essere adoperata anche per le grandi costruzioni, non tanto a livello tecnologico quanto a livello di costo/beneficio. Ma per il mercato delle case – dalle villette a schiera alle abitazioni a due/tre/quattro piani – abbiamo verificato che questa tecnologia è assolutamente fattibile e competitiva”.

Il 3D Printing rappresenta una sorta di rivoluzione?

“Fa decisamente parte della rivoluzione che stiamo vivendo negli ultimi periodi, dove la digitalizzazione, in cui rientra anche il 3D Printing, sta cambiando il modo di pensare, ragionare e approcciare anche a settori molto conservativi. Si stanno aprendo nuovi scenari. In tempi brevi, il 3D Printing sta facendo passi da gigante rispetto ad altre tecnologie sempre innovative, ma che hanno dinamiche più lente. Il 3D Printing può rivoluzionare il modo di costruire sostenibile. La possibilità di costruire in maniera modulare, ad esempio, permette di andare sui cantieri in modo più sicuro. Ecco quindi che la sicurezza del cantiere è un altro vantaggio molto importante. E’ possibile andare in cantiere per fare solo ciò che serve come stabilito nel progetto. Non c’è infatti quasi alcuna differenza tra quella che è la fase progettuale rispetto a quello che viene realizzato. Anche le modifiche possono essere fatte rapidamente senza grandi impegni, anche economici, rispetto a quello che normalmente una modifica può causare nel processo tradizionale”.

Una riflessione sulle tempistiche. Tornando al progetto di Beckum, quali sono i tempi di realizzazione?

“Il progetto, a livello di stampa 3D, si è chiuso in poche settimane con il completamento delle parti in muratura, sia strutturali che non strutturali. Si è partiti con la prima pietra a fine settembre. Il completamento della casa – con arredi, isolamenti, parte elettrica e anche certificazioni – è previsto entro febbraio 2021. Un fatto interessante è che già mentre si stampa si decide dove ad esempio devono passare determinati cavi e tubazioni. Questo permette di non perdere tempo successivamente e di non avere lavorazioni che sono solitamente meno utili da un punto di vista della sicurezza e creano scarti di materiale, che poi deve essere smaltito. Il cantiere ha infatti degli scarti bassissimi. Meno del 5% del materiale totale utilizzato va ad essere scartato. Si tratta dunque di un cantiere pulito e che soprattutto non produce materiale di risulta”.

Ci sono altri progetti allo studio o in via di realizzazione per quanto riguarda gli edifici residenziali?

“Sì, sempre in Germania abbiamo una seconda casa molto simile a quella che si sta realizzando a Beckum, ma in un altro Land, verso la Baviera. In questo caso, il processo per l’approvazione da parte del Land è avvenuta in modo più semplice e veloce, grazie all’esperienza precedente di Beckum, ed è iniziato il percorso. Italcementi ha già fornito il materiale anche per questa seconda casa, oltre che il servizio di consulenza. Poi abbiamo ricevuto un paio di contatti importanti in Italia, al Nord e al Sud, dove ci sono degli interessi per verificare la possibilità di mettere su la stessa cordata per poter realizzare questo tipo di esperienza di casa l’anno prossimo anche nel nostro Paese”.

Quali sono le potenzialità e qual è il futuro della stampa 3D in ambito edilizio?

“Il presente a medio termine è consolidare la prospettiva di fare entrare il 3D Printing sempre di più nel mondo del mercato delle case, del building. E poi passare a livelli un pochino più sfidanti, prendendo in considerazione le infrastrutture e il mondo della prefabbricazione in calcestruzzo pesante. Questo permetterebbe alle imprese di valutare gli investimenti in un’ottica più ampia, riducendo anche l’incidenza della realizzazione della singola casa con il 3D Printing. E poi la sfida futura definitiva è quella di arrivare ad avere anche tutti gli aspetti normativi, dei codici, dove anche ingegneri, architetti e maestranze hanno, anche grazie alla dovuta formazione, il 3D Printing come alternativa concreta e nota da poter utilizzare”.

La ricercatrice Chiara Rossino / Italcementi
Da Agenzia Farini
viale Gramsci 387

venerdì 2 ottobre 2020

Affitti per gli studenti, come sta cambiando il mercato

Affitti per gli studenti, come sta cambiando il mercato



L’emergenza coronavirus e le misure adottate proprio per contrastare la diffusione del Covid-19 hanno inevitabilmente avuto un impatto anche sul mercato immobiliare degli affitti per gli studenti. Per capire cosa è mutato e in che modo sta cambiando il comparto, idealista/news ha rivolto qualche domanda a Nello di Coste, addetto Ufficio Stampa del Gruppo Toscano. Secondo un’indagine dello stesso Gruppo, infatti, rispetto allo scorso anno è aumentato il numero dei proprietari che si rivolgono a un professionista per affittare il proprio immobile a uno studente universitario.

In particolare, l’indagine svolta dal Gruppo Toscano, confrontando il periodo 1 giugno/13 settembre 2020 con lo stesso periodo dello scorso anno, ha mostrato che il numero di incarichi di affitto presso le agenzie del Gruppo è cresciuto del 66,5%. Le zone universitarie esaminate sono state quelle di Roma e Milano.

Con un mercato degli affitti universitari rallentato, per ottenere dei risultati, si decide più che in passato di rivolgersi a un professionista. L’indagine ha inoltre evidenziato che la poca richiesta e la vasta offerta stanno portando i clienti ad essere più esigenti. Questo significa, dunque, prediligere case ben ammobiliate e ben tenute.

Esaminando i diversi mercati è emerso che a Roma gli incarichi di affitto sono cresciuti del 65%. Nello specifico, sono state esaminate cinque agenzie del Gruppo Toscano vicine all’Università “La Sapienza” (San Lorenzo/Castro Pretorio, Piazza Bologna, Provincie, Tiburtina e Tiburtino 2) ed è stato ascoltato Salvatore Paradiso, da 16 anni in Toscano e Real Estate Broker di tre di queste agenzie, il quale ha affermato: “La nostra situazione è esempio di ciò che sta accadendo in tutta Italia. E’ evidente che i proprietari degli immobili, che finora non avevano difficoltà a trovare affittuari, oggi stanno incontrando delle difficoltà. Negli anni passati gli studenti dovevano muoversi con largo anticipo per trovare una stanza o un appartamento in affitto nelle zone di piazza Bologna, San Lorenzo e Tiburtina. Tra giugno e agosto gli appartamenti duravano sul mercato appena 15 giorni, oggi invece si rischia di aspettare per mesi”.

Milano è stato registrato un aumento degli incarichi pari al 68%. Le agenzie del Gruppo Toscano esaminate sono state quelle di Solari, Bocconi e Città Studi. Giada Calzolari, Real Estate Broker dell’agenzia Bocconi, ha affermato: “Siamo di fronte a un grande aumento dell’offerta e una riduzione drastica della richiesta. Inoltre, chi cerca casa è molto più esigente. Alcuni proprietari hanno abbassato subito il canone d’affitto per essere sicuri di affittare. Se da un lato l’offerta di immobili è cresciuta a causa della conversione di case vacanza in affitti di lungo periodo, dall’altro le università hanno garantito la propria formazione online, permettendo a tantissimi studenti di rimanere con le proprie famiglie. Dobbiamo sicuramente aspettare la fine dell’anno perché le cose si sblocchino”.

E’ stata infine presa in considerazione la situazione di Bologna, che ha mostrato un trend differente. Nel capoluogo dell’Emilia Romagna si sta infatti assistendo a un ritorno alla normalità dopo qualche anno di mercato degli affitti dominato dalle case vacanze. A tal proposito, Francesco Pizzolla, Sales Manager dell’agenzia Toscano Centro Bologna, ha spiegato: “Trovare una casa a Bologna era diventato difficilissimo ed estremamente costoso. Oggi l’offerta è sicuramente aumentata e la richiesta resta più o meno stabile. Ogni giorno c’è un bel via vai di studenti e famiglie alla ricerca di una stanza in affitto. I numeri non sono quelli degli anni passati, ma il mercato degli affitti non è fermo”.

Ma vediamo quanto illustrato a idealista/news da Nello di Coste, addetto Ufficio Stampa del Gruppo Toscano, proprio in riferimento ai cambiamenti che stanno interessando il mercato immobiliare degli affitti per gli studenti.

Il lockdown e il largo utilizzo delle lezioni a distanza hanno modificato in pochi mesi il mercato immobiliare degli affitti per gli studenti. In base alle vostre rilevazioni, cosa sta accadendo?

“Chi può sta preferendo rimanere a casa presso le proprie famiglie. Questo si ripercuote sul mercato immobiliare degli affitti universitari.

Noi di Toscano abbiamo preso in esame le aree universitarie delle principali città italiane e abbiamo notato che la richiesta è crollata rispetto agli anni scorsi e sul mercato molti immobili sono rimasti vuoti. Questi si sommano alle case vacanze, anch'esse vuote, producendo una situazione con un'offerta vastissima e una richiesta molto bassa.

La difficoltà di affittare stanze e appartamenti sta spingendo sempre più proprietari ad affidare il proprio immobile a un professionista, e questo ci ha fatto rilevare un +65% degli incarichi d'affitto a Roma e +68% a Milano”.

Cosa significa questo?

“Per noi è l'ennesima conferma che per questo tipo di attività è necessario rivolgersi a un professionista. In una situazione di difficoltà come questa, tanti proprietari comprendono di avere bisogno di una mano e così facendo riconoscono la nostra esperienza, il nostro potenziale e la nostra professionalità”.

In questa situazione, sono cambiate le esigenze di chi cerca casa?

“Le esigenze di chi cerca casa in affitto per studiare in una grande città sono sempre le stesse: vicinanza all'ateneo, prezzo di mercato e un'abitazione moderna e confortevole. Potremmo aggiungere gli spazi esterni, che sono sempre apprezzati sia per la vendita che per l'affitto.

Il cliente che sta cercando casa o una stanza è semplicemente più esigente e più attento ai dettagli, perché si ritrova davanti una vasta scelta di immobili che gli permetto di prendere tempo e scegliere secondo i propri gusti e le proprie possibilità. Questo conferma il fatto che gli immobili che si presentano meglio saranno i primi ad essere affittati.

Chi ha cambiato esigenze abitative è più chi compra casa. Già a marzo avevamo previsto un cambiamento delle esigenze abitative e questo cambiamento è arrivato. In alcuni studi precedenti e intervistando i nostri agenti in tutta Italia, abbiamo notato quanto importante sia diventato lo spazio esterno, nelle vendite e negli affitti.

Se tra gennaio e marzo il 20% dei nostri clienti acquistava un bilocale, il 32% un trilocale, mentre il 33% preferiva immobili con 4 o 5 vani; a maggio, subito dopo il periodo di quarantena, abbiamo assistito a un vistoso cambiamento: il 40% dei clienti ha scelto immobili con 4 o 5 vani”.

A fronte di ciò, quali sono i consigli per i proprietari degli immobili messi in affitto?

“Abbiamo raccolto le esperienze dei nostri agenti che sono il nostro contatto diretto con i clienti. Chi vuole affittare il proprio appartamento ha due opzioni molto chiare: abbassare il prezzo del canone mensile oppure valorizzare l'immobile e renderlo competitivo sul mercato.

Sappiamo bene che gli affitti universitari rappresentano una spesa importante per gli studenti e le famiglie, e normalmente si è disposti a spendere una cifra più elevata pur di trovare una sistemazione, vista l'alta richiesta di stanze e appartamenti nei quartieri universitari. Oggi che questa richiesta non c'è non resta che abbassare il canone mensile.

Oppure si può scegliere di investire e ammodernare l'immobile rendendolo appetibile, confortevole e più bello per il cliente che lo visiterà. Non è una novità che le abitazioni riservate agli studenti spesso non siano nuove di zecca, perciò il nostro consiglio è proprio quello di rendere l'immobile più appetibile.

        

Da Idealista

Agenzia Farini

viale Gramsci 387

Modena


lunedì 31 agosto 2020

Cedolare secca su affitti commerciali: ok del Governo

 

Cedolare secca su affitti commerciali: ok del Governo




L’Esecutivo accoglie le proposte di Confedilizia. Ora, si cerca di ridurre l’importo per i canoni già contrattualizzati. In vista anche un abbattimento dell’Imu.

C’è l’ok del Governo e in particolare del presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’estensione della cedolare secca del 10% sugli affitti commerciali. La conferma arriva ora dal sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, che in una nota diramata dall’Adnkronos dice: «Ringrazio il presidente Conte per aver valutato positivamente la possibilità, che ho rappresentato nei giorni scorsi, di estendere la cedolare secca agli affitti commerciali».

Ora il sottosegretario spiega che «stiamo studiando una modalità applicativa che possa consentire anche una riduzione dell’importo degli affitti già contrattualizzati». L’idea, aggiunge Villarosa, «nasce a seguito di un ciclo di incontri con le imprese ed i rappresentanti delle categorie interessate. Ringrazio Confedilizia per la fiducia riposta e sono certo che la misura contribuirà a stimolare, nuovamente, il settore immobiliare e tutti gli altri gravemente colpiti dall’emergenza Covid-19».

Proprio Confedilizia, infatti, era stata il fautore della proposta, avviando un confronto con il Governo attraverso il deputato di Italia Viva, Luigi Marattin, che è relatore del Decreto Rilancio. L’associazione della proprietà edilizia auspica, come riferisce il suo presidente, Giorgio Spaziani Testa, «un potenziamento del credito d’imposta del 60 per cento previsto dall’articolo 28 attraverso un incremento delle mensilità interessate, attualmente circoscritte a marzo, aprile e maggio».

Ma Confedilizia sollecita anche l’emanazione di un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate «per consentire la cessione del credito, in primis al locatore». Per Spaziani Testa, la via maestra per la ripresa delle attività economiche «è prevedere una cedolare secca per tutti i contratti di locazione ad uso non abitativo. In alternativa, potrebbe essere introdotta – in analogia con quanto efficacemente in essere per gli affitti abitativi ‘concordati’ – una cedolare del 10 per cento, accompagnata da un abbattimento del 25 per cento dell’Imu, in caso di riduzione del canone del 20-25 per cento rispetto a quello previsto in contratto».

Proprio quest’ultima è la strada seguita dal Governo: «Oltre alla cancellazione dell’Irap, escludiamo, almeno per l’intero 2020, il pagamento dell’Imu sui capannoni ed estendiamo la cedolare secca agli affitti commerciali», scrive su Facebook il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia (M5S). Per la cedolare è stimato un intervento pari a 160 milioni di euro, mentre per l’Imu ammonterebbe a circa 4 miliardi.

Ora, Confedilizia commenta così l’esito della vicenda: «L’annuncio, da parte dei sottosegretari Villarosa e Sibilia, dell’intenzione del Governo di estendere la cedolare secca agli affitti commerciali, è una buona notizia. È quanto abbiamo chiesto al presidente del Consiglio Conte in occasione degli Stati generali, ricevendo un primo riscontro positivo dal ministro Gualtieri al termine della riunione».

«Vedremo – si legge ancora- in quale forma l’Esecutivo intenderà introdurre questa misura, anche se la somma che sarebbe stato previsto di stanziare non pare rilevante. Quel che è certo è che per salvare le attività commerciali è indispensabile ridurre la tassazione sulle locazioni per i contratti in corso. Quanto all’Imu, auspichiamo che l’intervento preannunciato dai due sottosegretari sia il più possibile esteso e non limitato a specifici settori».

Secondo le proposte in atto, infatti, la misura non sarebbe generalizzata, ma circoscritta alle attività turistico-alberghiere, a quelle degli eventi e dello spettacolo, del commercio e della produzione agricola e industriale, lasciando fuori alcuni settori, come quello dei servizi.

Da Agenzia Farini

viale Gramsci 387

Modena

sabato 1 agosto 2020

Dalla sanificazione al "turismo lavorativo": come cambia il mercato degli affitti brevi dopo il Covid

Dalla sanificazione al "turismo lavorativo": come cambia il mercato degli affitti brevi dopo il Covid





Il mercato degli affitti brevi ha subito un forte contraccolpo dalla situazione covid. Male va per gli affitti in città, un po’ meglio per le località turistiche, ma nulla di paragonabile al 2019. Intanto Italianway immagina un futuro in cui i borghi diventano protagonisti di un nuovo turismo lavorativo. Ne abbiamo parlato con il ceo Marco Celani.

Secondo il punto di vista di Italianway cosa sta succedendo sul mercato?

Dal punto di vista della clientela, nei mesi tra marzo e maggio si è avuto un azzeramento pressoché totale. Ad aprile qualcuno è tornato a prenotare, prevedendo che a giugno ci sarebbe stata una ripresa; a maggio i volumi delle prenotazioni erano già raddoppiati, e ancor più a giugno e luglio, in termini di pick-up per periodi successivi. La situazione però è cambiata: se prima nel mondo del turismo extralberghiero si parlava di volumi mensili ora i periodi sono molto più flessibili.

In che modo è aumentata la flessibilità negli affitti brevi?

Sono previste tariffe rimborsabili, possibilità di cancellare; l’incertezza si è tramutata in flessibilità di offerta. Inoltre è sempre più importante dimostrare di avere protocolli di igienizzazione e sanificazione . I nostri alloggi esibiscono un “bollino” che certifica tutto questo. Si tratta naturalmente di una certificazione rilasciata da una società specializzata, non certo autoattribuita. Il nostro processo di sanificazione infatti prevede un processo di frammentazione molecolare, l’uso di un prodotto speciale che rilascia una patina invisibile che distrugge il virus in caso di contatto. Si tratta naturalmente di un processo che va ripetuto nel tempo e che va oltre la semplice pulizia, per cui ha dei costi, che diventano parte delle tariffe.

Molti affitti brevi si stanno trasformando in affitti più a lungo termine. Cosa cambia?

In termini di gestione, medio e breve termine hanno differenze nell’utenza: in un caso turismo o business mordi e fuggi, nell’altro esigenze più strutturate. Di conseguenza anche l’appartamento e le sue dotazioni sono diverse: Per il medio ad esempio ci vuole un armadio più ampio, una cucina, una scrivania se si tratta di appartamenti destinati a studenti, addirittura sale riunioni o spazi di rappresentanza se si tratta di dirigenti di un certo livello.

Come sono i numeri di quest’anno confrontati a quelli del 2019?

Molto inferiori. Per fare un esempio, sulla piazza di Milano a giugno abbiamo avuto prenotazioni per 630 notti contro le 6500 dell’anno scorso. Nei 1400 appartamenti fuori Milano riscontriamo buone performance soprattutto per le località di mare, nell’ordine del 30-40% di riempimento. Numeri tuttavia molto inferiori rispetto dallo scorso anno. Caso a parte la Sardegna che, nonostante le tariffe agevolate, sta performando molto peggio dello scorso anno, con luglio intorno al 30% di occupazione contro l’85% dello scorso anno. Peccato, perché quest’anno l’esperienza in Sardegna è irripetibile, con spiagge molto più vivibili e nessun problema riscontrato alla permanenza. Purtroppo hanno pesato le parole di giugno del Governatore della Regione.

Riusciremo mai a tornare a livelli pre-pandemia per il mercato?

L’Italia non ha una grande tradizione industriale, che pesa solo per il 28% del Pil totale: il resto lo producono beni e servizi. Se ci facciamo passare la voglia di socialità, provochiamo da soli la recessione. Quindi, tranne chi evidentemente ha seri problemi economici, sarebbe auspicabile che chi può non rinunci a viaggiare: se si accumula risparmio improduttivo si realizza infatti proprio la paura che si teme. Sono i ricavi delle imprese che sostengono stipendi e consumi, non si può contare all’infinito sugli ammortizzatori sociali. Quindi come tornare a crescere? Con coraggio e responsabilità, non rinunciando al turismo, pur rispettando, evidentemente, le norme del distanziamento sociale e dell’igiene.

Il turismo di prossimità può essere una via?

E’ un trend che si sta delineando, e lo si vede soprattutto al nord, dove le prenotazioni in montagna parlano di tutto esaurito. Ogni luogo che può essere raggiunto in auto è sold out. Il problema è infatti proprio l’incertezza sui trasporti che disincentiva viaggi lunghi: il rovescio della medaglia è la riscoperta di zone che tradizionalmente non erano delle mete turistiche ma lo stanno diventando. In particolare con lo smart working molti affittano case in zone non prettamente turistiche ma comunque fuori città, ad esempio ville con wi-fi e piscina in borghi storici, in modo da poter lavorare mentre la famiglia si gode il relax e potersi poi unire una volta finito di lavorare, o organizzare attività ricreative nel weekend. Un trend che prima era solo dei dirigenti, ora anche solo dei semplici dipendenti.  

Questo “turismo lavorativo” potrebbe diventare un trend permanente?

Perché no? Dopotutto abbiamo 5 milioni e mezzo di case sottoutilizzate in Italia: una parte di queste possono diventare seconde case (che costano ogni anni 27 miliardi ai proprietari), ma tanti borghi possono diventare luoghi ideali per questa villeggiatura “intermedia”. Si potrebbero così rilanciare i servizi anche in luoghi caratteristici che oggi sono spopolati. Borghi con case a costo bassissimo che potrebbero essere ripopolate da single, coppie, gruppi di amici con figli che potrebbero così avere una valida alternativa al centro estivo, come già sta accadendo. Ma si tratterebbe di un turismo lungo tutto l’anno. Purchè ci sia flessibilità da parte delle aziende, oltre che incentivi statali.

Parliamo della piattaforma di Online Travel Agency (OTA) costituita da Italianway

Sono in realtà cinque anni che investiamo nell’Ota, ma il covid ha accelerato il processo. Da gennaio a oggi abbiamo messo on line 800 appartamenti di partner che utilizzano i nostri servizi centralizzati di gestione e consulenza on line dell’appartamento, per sfruttare al massimo le potenzialità di portali come Booking, Expedia o Homeaway attraverso cui gli appartamenti vengono messi a disposizione. I nostri servizi comprendono anche la presa in carico degli adempimenti amministrativi, che la piattaforma automatizza completamente per risparmiare tempo e semplificare i processi. Tutto ciò fa scendere i costi fissi del property manager, che paga i servizi solo a fronte di una effettiva prenotazione invece di pagare un consulente fisso a prescindere. Prenotazioni che diventano anche più numerose perché l’intero processo rende il tutto più efficiente e facile, ottimizzando la presenza su più canali.

Da Agenzia Farini

viale Gramsci 387

Modena

lunedì 20 luglio 2020

Bonus affitti: al via da oggi la cessione del credito


Bonus affitti: al via da oggi la cessione del credito




Via all’agevolazione sul canone per il credito maturato tra i mesi di marzo e maggio. Chi ne ha diritto ed in quale percentuale.
Da oggi, i titolari di esercizi commerciali, alberghi e ristoranti che svolgono la loro attività in affitto possono cedere ai locatori il credito d’imposta maturato con i canoni di marzo, aprile e maggio, sulla base di quanto previsto dai decreti Cura Italia e Rilancio. In questo modo, e grazie al bonus affitti, possono ottenere uno sconto sulla mensilità. Da precisare, però, che per il mese di marzo non è possibile cumulare i bonus previsti da entrambi i decreti.
Per accedere alla cessione del credito d’imposta, chi avrà iniziato la propria attività dopo il 1° gennaio 2019 non dovrà avere per forza il requisito che certifica il calo dell’attività, cioè non sarà necessario dimostrare di avere avuto una diminuzione del fatturato o dei compensi di almeno il 50% tra i mesi di marzo e maggio 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La stessa regola vale per chi ha la sede operativa «nel territorio dei comuni colpiti dai predetti eventi i cui stati di emergenza erano ancora in atto alla data di dichiarazione dello stato di emergenza Covid-19».
Hanno diritto al bonus affitti anche i commercianti al dettaglio con ricavi superiori ai 5 milioni di euro nel 2019, anche se l’agevolazione scende dal 60% al 20% nelle ipotesi di locazione, leasing o di concessione di e dal 30% al 10% per i contratti di servizi a prestazioni complesse o di affitto di azienda che abbiano ad oggetto almeno un immobile.
Per chi ha avuto ricavi fino a 5 milioni di euro nel 2019, il bonus resterà invariato, mentre per chi ha incassato più di quella cifra viene ridotto a un terzo rispetto alla misura ordinaria. Il limite dei 5 milioni di euro viene eliminato per le agenzie di viaggio e turismo e i tour operator.
Chi ha già pagato i canoni dei tre mesi che rientrano nel bonus affitti (quindi marzo, aprile e maggio) può trasferire il credito d’imposta in conto pagamento dei canoni successivi anche allo stesso locatore. Il quale, a sua volta, potrà utilizzare il credito, una volta acquisito, con il solo vincolo di farlo entro il 2020, altrimenti sarà perso.
La cessione del credito d’imposta sugli affitti sarà possibile solo in presenza di un contratto registrato.

Da Agenzia Farini
viale Gramsci 387
Modena 

venerdì 3 luglio 2020


Affitto in nero: cosa devi sapere


Affitto in nero: cosa devi sapere
Come si denuncia un affitto in nero e quali sono le sanzioni che l’inquilino e il padrone di casa rischiano?
Cosa significa “affitto in nero” e quali rischi corrono l’inquilino e il padrone di casa? Si tratta di un reato o sono previste solo sanzioni di tipo fiscale?
Sull’affitto in nero ci sono molte cose che devi sapere e che richiedono una spiegazione semplice e pratica. Perciò abbiamo dedicato questa guida a rispondere alle principali domande che, di norma, vengono poste sull’argomento. Ma procediamo con ordine.
Indice

Quando c’è affitto in nero?

Per affitto in nero si intende un contratto di locazione che non è stato registrato all’Agenzia delle Entrate. Dunque, è affitto in nero anche il contratto scritto (la cosiddetta scrittura privata) e non solo l’accordo verbale.
La legge stabilisce che il contratto di locazione debba essere necessariamente registrato per poter essere valido. Diversamente, è come se non esistesse.

Chi deve registrare l’affitto?

La legge dice che il contratto di affitto debba essere registrato dal padrone di casa entro 30 giorni dalla stipula del contratto. Di ciò deve poi darne notizia all’inquilino e, se si tratta di appartamento in condominio, anche all’amministratore nei successivi 60 giorni.
Come vedremo a breve, però, le conseguenze dell’affitto in nero possono riverberarsi anche sull’inquilino, sicché quest’ultimo, per impedire di avere problemi legali, può procedere alla registrazione in mancanza di adempimento da parte del locatore. 

L’affitto in nero è un reato?

L’affitto in nero costituisce un’evasione fiscale e, quindi, un illecito tributario (ossia un illecito amministrativo) e non penale. 
In particolare, se il contratto non viene registrato si evadono due imposte:
  • l’imposta di registro che è quella che bisogna versare al momento della registrazione del contratto;
  • l’Irpef sui canoni di locazione.
Dell’omesso versamento dell’imposta di registro rispondono sia il padrone di casa che l’inquilino. Si dice, a riguardo, che c’è una «responsabilità solidale». Il che significa che l’Agenzia delle Entrate può chiedere il pagamento dell’imposta sia all’uno che all’altro. L’omesso versamento determina l’emissione di una cartella esattoriale ed eventualmente il pignoramento dei beni. 
Quindi, alla domanda «Cosa rischia l’inquilino in caso di affitto in nero?» bisogna rispondere con il recupero dell’imposta di registro, oltre ovviamente alle sanzioni.
Invece, dell’omesso versamento dell’Irpef sui canoni di locazione risponde solo il padrone di casa che non ha voluto registrare il contratto. 
Ricordiamo a riguardo che l’evasione fiscale diventa reato (quello di «dichiarazione infedele») solo se l’imposta evasa è superiore a 100mila euro (prima era di 50mila euro), e i redditi non dichiarati superano il 10% del totale o comunque i 3 milioni di euro (prima era 2 milioni). Dunque, per i piccoli contratti di affitto in nero è molto difficile che scatti il penale: tutto rimane nell’orbita dell’illecito amministrativo.

Cosa si rischia in caso di affitto in nero?

Abbiamo appena visto che l’affitto in nero è un’evasione fiscale in parte attribuibile ad entrambe le parti (con riferimento all’imposta di registro) e in parte attribuibile solo al locatore.
La legge dice che l’affitto in nero è nullo. Con la conseguenza che non esplica alcun effetto e le parti non sono tenute a rispettare le sue clausole. Questo significa, ad esempio, che:
  • l’inquilino non deve pagare il canone di locazione concordato nel contratto e se non lo versa non può subire un decreto ingiuntivo o lo sfratto;
  • l’inquilino e il locatore non devono rispettare né il termine minimo di durata del contratto né il preavviso. Sicché, l’inquilino potrebbe andare via in qualsiasi momento, senza dare i sei mesi di preavviso e, altrettanto, il padrone di casa potrebbe intimargli di sloggiare in qualsiasi momento;
  • l’inquilino non è tenuto a pagare le spese di condominio;
  • l’inquilino non è obbligato a provvedere alla manutenzione dell’appartamento qualora a suo carico.
Abbiamo appena accennato al fatto che il padrone di casa non può sfrattare l’inquilino in nero. Questo perché la legge richiede, per la procedura di sfratto, un contratto regolarmente registrato. Ma ciò non significa che l’inquilino possa occupare abusivamente l’immobile, senza pagare, per quanto tempo vuole. Infatti, il locatore, senza dover rispettare il termine di scadenza del contratto, può promuovere contro di lui la cosiddetta «azione di occupazione senza titolo» che, se anche non avrà i tempi brevi dello sfratto (richiedendo una normale causa), comunque sarà diretta a mandarlo via. All’esito dell’azione, può chiedergli un risarcimento per l’occupazione dell’immobile, seppur in misura inferiore al canone convenuto in contratto.

Che succede se il padrone di casa non vuole registrare il contratto?

Abbiamo detto che l’affitto in nero è un contratto nullo. Ma ciò vale solo quando l’omessa registrazione è frutto di un accordo tra inquilino e proprietario. In tal caso, infatti, i due si mettono d’accordo per trarne un utile: l’uno risparmia sul canone e l’altro non paga le tasse. Per tali ipotesi, dunque, la legge prevede delle conseguenze negative sia per il locatore che per il conduttore, conseguenze che abbiamo visto poco fa.
Ma ben potrebbe succedere che l’omessa registrazione sia determinata dalla sola condotta illecita del locatore. Si pensi al locatore che chiede un canone all’inquilino e poi, nonostante le iniziali rassicurazioni, non provvede a registrare il contratto. In questi casi, il contratto è nullo solo per l’affittuario, il quale non è tenuto a rispettarlo, mentre vincola il locatore. Dunque, l’inquilino ha diritto a restare nell’immobile fino alla scadenza del contratto, può però astenersi dal pagare il canone concordato (dovendo comunque versare un ristoro per l’occupazione) così come dall’adempiere alle spese condominiali o provvedere alle opere di manutenzione concordate. Dall’altro lato, il locatore non può sfrattarlo né può fargli decreti ingiuntivi per l’omesso adempimento del canone.

Si può registrare tardi il contratto di affitto?

Abbiamo detto che il contratto di affitto va registrato entro 30 giorni dalla sua sottoscrizione. Questo però non toglie che, pagando le relative sanzioni per la “mora”, non possa essere registrato anche in un momento successivo. 
Con la registrazione tardiva si sana la nullità e il contratto acquista valore sin dall’inizio (la registrazione tardiva ha infatti valore retroattivo).
Così, il locatore, qualora dovesse accorgersi che l’inquilino in nero non paga, potrebbe andare a registrare il contratto per fargli decreto ingiuntivo e sfrattarlo.

Che succede se il proprietario chiede un canone più alto di quello del contratto?

Potrebbe infine succedere che l’affitto sia solo “parzialmente” in nero. Ciò avviene quando nel contratto viene fissato un canone inferiore rispetto a quello concordato a voce e che l’inquilino si obbliga a pagare. In questi casi, secondo la Cassazione, la nullità del contratto è limitata solo al surplus di canone non registrato. 
In tali ipotesi, l’inquilino che non dovesse versare al locatore la parte di canone “in più” rispetto a quella riportata nel contratto non può né essere sfrattato né subire un decreto ingiuntivo. Quindi, può pagare meno di ciò che ha promesso.
Anzi, se dovesse aver pagato qualche mensilità in più rispetto a quanto riportato nel contratto registrato, l’inquilino potrebbe chiederne la restituzione al locatore fino a sei mesi dopo la riconsegna delle chiavi dell’immobile.

Articolo Visto su " La Legge per Tutti"
Agenzia Immobiliare Farini 
059454227

Cedolare secca su affitti commerciali: ok del Governo


Cedolare secca su affitti commerciali: ok del Governo
L’Esecutivo accoglie le proposte di Confedilizia. Ora, si cerca di ridurre l’importo per i canoni già contrattualizzati. In vista anche un abbattimento dell’Imu.






C’è l’ok del Governo e in particolare del presidente del Consiglio Giuseppe Conte all’estensione della cedolare secca del 10% sugli affitti commerciali. La conferma arriva ora dal sottosegretario all’Economia, Alessio Villarosa, che in una nota diramata dall’Adnkronos dice: «Ringrazio il presidente Conte per aver valutato positivamente la possibilità, che ho rappresentato nei giorni scorsi, di estendere la cedolare secca agli affitti commerciali».
Ora il sottosegretario spiega che «stiamo studiando una modalità applicativa che possa consentire anche una riduzione dell’importo degli affitti già contrattualizzati». L’idea, aggiunge Villarosa, «nasce a seguito di un ciclo di incontri con le imprese ed i rappresentanti delle categorie interessate. Ringrazio Confedilizia per la fiducia riposta e sono certo che la misura contribuirà a stimolare, nuovamente, il settore immobiliare e tutti gli altri gravemente colpiti dall’emergenza Covid-19».
Proprio Confedilizia, infatti, era stata il fautore della proposta, avviando un confronto con il Governo attraverso il deputato di Italia Viva, Luigi Marattin, che è relatore del Decreto Rilancio. L’associazione della proprietà edilizia auspica, come riferisce il suo presidente, Giorgio Spaziani Testa, «un potenziamento del credito d’imposta del 60 per cento previsto dall’articolo 28 attraverso un incremento delle mensilità interessate, attualmente circoscritte a marzo, aprile e maggio».
Ma Confedilizia sollecita anche l’emanazione di un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate «per consentire la cessione del credito, in primis al locatore». Per Spaziani Testa, la via maestra per la ripresa delle attività economiche «è prevedere una cedolare secca per tutti i contratti di locazione ad uso non abitativo. In alternativa, potrebbe essere introdotta – in analogia con quanto efficacemente in essere per gli affitti abitativi ‘concordati’ – una cedolare del 10 per cento, accompagnata da un abbattimento del 25 per cento dell’Imu, in caso di riduzione del canone del 20-25 per cento rispetto a quello previsto in contratto».
Proprio quest’ultima è la strada seguita dal Governo: «Oltre alla cancellazione dell’Irap, escludiamo, almeno per l’intero 2020, il pagamento dell’Imu sui capannoni ed estendiamo la cedolare secca agli affitti commerciali», scrive su Facebook il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia (M5S). Per la cedolare è stimato un intervento pari a 160 milioni di euro, mentre per l’Imu ammonterebbe a circa 4 miliardi.
Ora, Confedilizia commenta così l’esito della vicenda: «L’annuncio, da parte dei sottosegretari Villarosa e Sibilia, dell’intenzione del Governo di estendere la cedolare secca agli affitti commerciali, è una buona notizia. È quanto abbiamo chiesto al presidente del Consiglio Conte in occasione degli Stati generali, ricevendo un primo riscontro positivo dal ministro Gualtieri al termine della riunione».
«Vedremo – si legge ancora- in quale forma l’Esecutivo intenderà introdurre questa misura, anche se la somma che sarebbe stato previsto di stanziare non pare rilevante. Quel che è certo è che per salvare le attività commerciali è indispensabile ridurre la tassazione sulle locazioni per i contratti in corso. Quanto all’Imu, auspichiamo che l’intervento preannunciato dai due sottosegretari sia il più possibile esteso e non limitato a specifici settori».
Secondo le proposte in atto, infatti, la misura non sarebbe generalizzata, ma circoscritta alle attività turistico-alberghiere, a quelle degli eventi e dello spettacolo, del commercio e della produzione agricola e industriale, lasciando fuori alcuni settori, come quello dei servizi.

Da Agenzia Farini
viale Gramsci 387
Modena

Bonus affitti: la guida con le indicazioni delle Entrate


Bonus affitti: la guida con le indicazioni delle Entrate
I chiarimenti sull’agevolazione per le locazioni di imprese e lavoratori autonomi: chi ha diritto, i requisiti e le carte da presentare.





Il bonus affitto è uno degli aiuti introdotti dal Governo per agevolare negozi, botteghe e aziende che hanno subìto un danno economico dall’emergenza coronavirus e che si trovano a fare i conti con una crisi di liquidità. I mancati incassi dovuti al lockdown, infatti, hanno messo in ginocchio soprattutto gli esercenti ed i piccoli imprenditori.
In pratica, il decreto Rilancio prevede un credito d’imposta del 60% per chi è in possesso di determinati requisiti che vedremo tra poco. Pure le famiglie disagiate hanno la possibilità di beneficiare di un contributo per evitare lo sfratto esecutivo, anche se questa è una misura che esisteva già prima dell’arrivo della pandemia in Italia e, comunque, ogni Regione fa per sé. Occorre, in ogni caso, presentare la domanda e allegare i documenti. Vediamo in questa sintetica guida, sulla base delle indicazioni dell’Agenzia delle Entrate, quello che c’è da sapere sul bonus affitti Covid-19.

  • 1 Bonus affitto Covid: che cos’è?
  • 2 Bonus affitto Covid: a chi spetta
  • 3 Bonus affitto Covid: per quali canoni
  • 4 Bonus affitto Covid: i requisiti
  • 5 Bonus affitto Covid: i documenti
Bonus affitto Covid: che cos’è?
Il bonus affitto Covid è un contributo erogato alle aziende e ai professionisti che si trovano in difficoltà a causa del coronavirus. Tecnicamente, si potrebbero definire «inquilini vittime di morosità incolpevole», cioè soggetti che vorrebbero pagare il canone di locazione ma che, per motivi estranei alla loro volontà, non riescono a farlo.
Il contributo è stato introdotto dal decreto Rilancio e riguarda gli affitti relativi ai mesi di marzo, aprile e maggio 2020, cioè quelli in cui c’è stata la fase acuta della pandemia ed in cui sono state imposte dal Governo le restrizioni maggiori per evitare la diffusione dei contagi.
L’agevolazione consiste in un credito d’imposta che viene riconosciuto ad imprese e attività commerciali, pari al 60% del canone versato per la locazione di immobili ad uso abitativo e al 30% per i contratti di azienda.
Il credito d’imposta, come ha precisato a suo tempo l’Agenzia delle Entrate, può essere utilizzato in vari modi: può essere usato in compensazione con modello F24 oppure nella dichiarazione dei redditi. Ma può essere anche ceduto a terzi.
Bonus affitto Covid: a chi spetta
Possono chiedere il bonus affitto Covid i soggetti esercenti attività d’impresa, arte o professione, con ricavi o compensi non superiori a 5 milioni di euro nel periodo d’imposta precedente a quello in corso alla data di entrata in vigore del decreto.
Più nello specifico, sono ammessi all’agevolazione:
  • gli imprenditori individuali e delle società in nome collettivo (Snc) e in accomandita semplice (Sas) che producono reddito d’impresa indipendentemente dal regime contabile adottato;
  • le persone fisiche e le associazioni che esercitano arti e professioni producendo reddito autonomo;
  • le strutture alberghiere e agrituristiche, a prescindere dal volume di ricavi e compensi registrato nel periodo d’imposta precedente;
  • gli enti non commerciali, compresi gli enti del Terzo settore e gli enti religiosi civilmente riconosciuti;
  • i soggetti a regime forfettario;
  • gli imprenditori e le imprese agricole, sia che determinino per regime naturale il reddito su base catastale, sia quelle che producono reddito d’impresa.
In linea generale, hanno diritto al bonus affitto i soggetti sopra citati per i canoni effettivamente versati nei mesi di:
  • marzo, aprile e maggio 2020 per tutte le tipologie di imprese;
  • aprile, maggio e giugno per le aziende turistico-ricettive con attività di tipo stagionale.
Restano esclusi i soggetti che svolgono attività commerciali o attività di lavoro autonomo non esercitate abitualmente, producendo conseguentemente redditi diversi.
Bonus affitto Covid: per quali canoni
L’agevolazione sugli affitti contenuta nel decreto Rilancio interessa i canoni relativi a:
  • locazione, leasing o concessione di immobili ad uso non abitativo, destinati allo svolgimento di attività industriale, commerciale, artigianale, agricola, di interesse turistico o all’esercizio abituale e professionale dell’attività di lavoro autonomo;
  • contratti di servizi a prestazioni complesse o di affitto d’azienda, che comprendano almeno un immobile a uso non abitativo destinato all’esercizio dell’attività aziendale o allo svolgimento abituale e professionale del lavoro autonomo.
In entrambi i casi, gli immobili (o almeno uno di essi, nel caso di affitto d’azienda o di contratto misto) devono essere destinati, al di là della categoria catastale a cui appartengono, a una di queste attività:
  • industriale;
  • commerciale;
  • artigianale;
  • agricola;
  • di interesse turistico.
Rientrano nell’ambito dell’agevolazione anche gli immobili adibiti promiscuamente all’esercizio dell’arte o professione e all’uso personale o familiare del contribuente che sono ammortizzabili, nel rispetto delle condizioni previste all’articolo 54 del Tuir. Significa che il credito di imposta è riconosciuto sul 50% del canone di locazione. Sempre che, però, il contribuente non disponga nel medesimo comune di altro immobile adibito esclusivamente all’esercizio dell’arte o professione: in tal caso, il bonus spetterà soltanto per quest’ultimo.
Bonus affitto Covid: i requisiti
Per beneficiare del bonus affitto Covid è necessario essere in possesso di questi requisiti, come precisato dall’Agenzia delle Entrate:
  • diminuzione del fatturato o dei compensi nel periodo interessato all’agevolazione di almeno il 50% rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente;
  • fatturato o ricavi nel 2019 per un totale complessivo non superiore ai 5 milioni di euro (tranne per le imprese alberghiere).
Bonus affitto Covid: i documenti
Dai requisiti che abbiamo appena elencato si deduce che per avere accesso al bonus affitto Covid destinato alle imprese e ai lavoratori autonomi serve dimostrare di avere diritto alla prestazione perché il fatturato o i compensi non superano la soglia richiesta e perché c’è stato un calo di almeno la metà dei soldi che erano entrati nello stesso periodo dell’anno precedente.

Circostanze facili da dimostrare allegando alla domanda i documenti con cui è possibile mettere a confronto quanti soldi sono entrati nei mesi interessati del 2019 e del 2020 (il bilancio dell’anno precedente ed il trimestrale o i trimestrali del 2020). Lo stesso vale per i compensi, allegando la dichiarazione dei redditi.


Da Agenzia Farini
viale Gramsci 387
Modena